I’m not here to save you
La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. (C. H. Bukowski)Passeggiavo
sulle rive del fiume delle automobili impazzite come l’acqua in una cascata, che cade senza rigore, come l’acqua che straripa, rompe gli argini fino a parcheggiarsi in doppia fila. Remavo, passeggiavo sulla mia barca, non ricordo bene. Insomma, andavo. Quando m’incagliai per la prima volta non fu a causa della mia inesperienza coi remi. Si, perchè c’era, lontano non più di una manciata di passi da me, un battello di immigrati: urtarono contro un iceberg. Dico davvero! Si bloccarono tutti quanti, erano otto, in prossimità di una vetrina d’elettrodomestici. Poi fissarono contemporaneamente lo stesso angolo. Era quello di una stufetta elettrica da pochi soldi. Scarsa, scassata e scadente, ma per qualche istante illuminò e riscaldò tutti quanti là intorno. Si frugarono immediatamente nelle tasche per capire se sarebbero riusciti ad imbarcarla con loro nel viaggio – destinazione baracca di periferia. Con uno sguardo verso il capitano del battello afferrai che una stufetta non ha bisogno di documenti, né di permesso di soggiorno, solo che per farla emigrare dallo scaffale avrebbero dovuto maneggiare più monete, diciamo solo altre quattro. L’urto con l’iceberg fu violento, tanto da rompere la chiglia e mandare a fondo battello, marinai e buoni propositi. Ah, dimenticavo, fallì un ammutinamento: mentre l’idea della stufa colava a picco malorosamente, un mozzo propose al suo equipaggio di lanciare in acqua un salvagente e per terra un cappello, così, per elemosinare quei spiccioli mancanti. Gli fu fatto notare in qualche modo che, per quanto sporca, sudata, strappata, logora, era sempre la divisa d’un marinaio a proteggerlo dal gelo, e le divise si rispettano con dignità.
Era iniziato il loro inverno, freddo come sempre.
(fine parte prima)
Qualcosa, insomma,
volevo scriverla, forse dovevo davvero. La voglia e la parola son venute meno ed il muto silenzio ha parlato a tutti per me. Oddio, com’è semplice aver freddo in novembre.
La luce
malinconica e gialla dei lampioni invecchia le pareti di ogni via del mio paese, le strade e me che ci passo attraverso. Si tratta un passeggiata, forse a ritroso, nel tempo, nei ricordi, ingialliti anche quelli dai lampioni e dalla loro vernice: sono a spasso tra le pieghe incustodite nella mia testa. Oh, come vorrei scaricare qualcosa, come vorrei apprendere da quei cani randagi l’arte di far pipì ovunque. Io abbandonerei non ammoniaca, ma ricordi giallastri ad ogni angolo, sotto ogni palo luminoso, scuotendo la testa, percuotendo le orecchie.
Non è da lì che vengon fuori? Si, si, è da lì, altrimenti da dove?
Mai avuto nulla
di personale contro Napoli, nessun campanilismo coi napoletani in genere (non ho mai urlato: “O Vesuvio, lavali col fuoco”, nemmeno qui => mi dissocio da ogni contenuto di quella pagina) e la loro musica tipica: mai considerata in nessuna maniera, insomma io l’ho sempre ignorata e lei ha ricambiato senza coinvolgermi. Tutto meravigliosamente perfetto fino a ieri sera, anzi era già notte fonda. M’abbarbicavo ad alcune abilità mnemoniche fragilissime per migliorare la confidenza con alcuni gelidi esercizi pseudo-psico-matematici.
M’aspettavo silenzio dalla strada e dai vicini, mi diedero Mario Merola.
Insopportabile, seppure a frastuono moderato, insopportabile. Sospettai quasi subito del mio vicino, appassionato ascoltatore di musica quantomeno orrenda. Quasi per caso, quasi per insonorizzare l’ambiente, quasi contemporaneamente, con uno zapping televisivo disperato, individuai le stesse onde sonore su un’emittente locale, c’era un film con Mario Merola ed un ancora acerbo Gigi D’Alessio. Maledetto vicino di casa. Vicino di casa appunto. Ovvero con le pareti adiacenti alle mie, ovvero, con l’antenna tv in terrazzo, piantata a fianco alla mia, nel nostro tramezzo comune… Sono salvo – pensai, poi la vendetta.
M’aspettavo silenzio dalla strada e dai vicini, lo imposi.
“Non riuscirai
mai a spiegare le tue ali in questo cielo, basta, smettila. Il volo, volare, basta!, questi son desideri da bambini, di minori, da minorati. Che discorsi sono questi? Qui si atterra soltanto. Dimentica ogni speranza di volo, non vola nessuno e nemmeno gli asini. Questo cielo è troppo piccolo per le tue ali, non potresti mai stenderle del tutto e se non le drizzi del tutto non sostieni il tuo peso e se non sostieni il tuo peso non voli. Fine della faccenda: ce n’est pas de ma faute, è legge fisica.
Questo cielo sarà anche meraviglioso, ma è troppo piccolo; aggiungici anche fantastico, prodigioso od elettrico, le tue ali lo sono di più.”
Corvus Corax – Lingua Mendax
Brano privato/dedicato. Se credi sia per te prova a spingere play, se s’avvia e parte è per te.
(Opera basata sui testi della Carmina Burana, con musiche completamente originali. Qui una versione migliore)
Nine Inch Nails – La Mer
Asfissiante ipnosi musicale…
“and when the day arrives / “et il est un jour arrivé
I’ll become the sky / marteler le ciel
and I’ll become the sea / et marteler la mer
and the sea will come to kiss me / et la mer avait embrassé moi
for I am going home / et la délivré moi de ma cellule
nothing can stop me now” / rien ne peut m’arrêter maintenant”
Una volta
ancora, un paio di bicchieri ancora.
-Bevi, il cantante ti sembrerà avere la stessa voce di Pavarotti o di John Garcia, quello che ti pare, ti sembrerà addirittura tutto migliore qua intorno e tutti più interessanti, ce n’è ancora, bevi, beviamo.
Ma non bastano due, cinque, dieci bicchieri, non basterebbe nessun veleno, nulla. E si prosegue drammaticamente svegli, si rincasa inesorabilmente lucidi.
Ho deciso
di iniziare col beta-testing di quella che sarà a breve la nuova destinazione di questo spazio:
In linea di massima è tutto pronto, vorrei solo cambiare un po’ di cosette ancora.
Graditissimi commenti e consigli di ogni genere (ed anche qualche clic sui banner…)
Salut
Elettrico-blu
il cielo e due mani che accarezzano, ma le mani non sono profonde, come bisturi, e al più si fermano sul viso; sul viso, sperando di palpare ciò che c’è dietro, ciò che dovrebbe esserci. Ma una mano non incide e non è un bisturi. Lei assicurava d’accarezzare uno spirito malleabile, certa di afflare in lui il suo istinto, ma se non incidi ti fermi al più sul viso. Anacoluto.
Lo sviluppo
e l’aumento della presunzione e delle idee permettono ora l’accesso a questo spazio utilizzando un link alternativamente più personale:
(oppure www.dave.stravoz.com, it’s the same).
Salut, à bientôt…
Le acque calme
riflettono la luna ed il nuvoloso cielo tormentato l’accompagna navigando, nuotando su quelle. Oh, guarda come s’affiancano. Ma le onde ancora indugiano quiete. Le fisso, guardo in basso, si fermano un’istante e ripartono. Continuo poi ad inseguirle in alto. Forse lì non s’erano mosse affatto.
Imprevisto, inatteso, inimmaginabile, incantato senza fiato: m’accorgo della mia stessa immagine con tanta meraviglia, a stento riesco a credere di poter sguazzare in cielo come queste nuvole cadute in mare. Sempre più smarrito muovo lo sguardo sino a riva e mi si blocca ancora il respiro quando inizio a chiedermi se quel che vedo è solo schiuma o vapore specchiato.
Stralunato,
stralunato come Armstrong, oh, dannazione, non ricordo più bene quale, Lance o Neil, forse Louis. Come dopo la sua prima caduta in bicicletta, come dopo la sua prima discesa dall’Apollo 11, come dopo la sua seconda discesa dall’Apollo 11, come il suo primo sguardo verso la Luna dopo la seconda discesa dall’Apollo 11. Forse, quasi, come “Nettuno ammirar l’ombra d’Argo”…
Oh, dannazione, non ricordo più bene cosa avevo intenzione di dire.
Kyuss – Demon Cleaner
Il settimo giorno, per meglio godere del suo riposo, creò i Kyuss…
Testo tra i commenti. Divina.
“S’è sorpreso
impreparato per la presenza di alcune pretendenti che hanno presentato repentinamente a lui i loro proibiti intenti. Le pretese delle pretendenti sono state probabilmente presuntuose, ma loro di per sè sono prive di pretese. Il preteso purtroppo perdura proteso verso la pretesa che preferisce, che permane scomparsa, forse ancora contesa o più probabilmente intrisa d’attesa…”
Potrei proseguire per ore, ma preferisco portarmi a poltrire.
Il vuoto
e la ragione si scollano, s’uniscono per separarsi ancora. Ritornano addossati e si affiancano; si parallelizzano e poi s’inchiodano. S’amalgano e s’imbottigliano. Son guai se te ne servono un bicchiere. Il mio? Sono in procinto di svuotarlo via…
Evaporano,
le parole, senza posa, senza residui e rumore. Si assentano, si allontanano discrete. Salgono, ora, le mie parole, rauche o senza senso, sempre meno importanti, ad appesantire qualche nuvola. Evaporano le mie parole, è il ciclo delle parole. Rimarranno lì in alto, a spiarmi, sino alla prossima pioggia.
La luce
l’ombra ed il buio. Come quasi fosse un mirabile miracolo parato dinanzi a sè, restava beato a contemplare il tutto. La luce l’ombra ed il buio. Senza luce non c’è ombra, se sei avvolto in un’ombra sei ad un passo dalla luce. Senza buio, poi, non puoi capirla. “Nessuno può capire un porto se non sa il mare che cos’è”. Senza buio nessuna luce ha valore.
Oh, timido bagliore, riscaldami, ho freddo in luglio.
In buona parte
delle sue giornate mi salutava sempre porgendomi una mano, passandosi spesso l’altra sulle palle. L’ultima volta gli chiesi: “Oh, simpatico, ma tutta ’sta manfrina che fai ha una storia, ha una ragione?”. Ridacchiò, balbettò. Poi prese fiato e rispose: “Dave, cavoli, tu sei cattivo, tu sputi sentenze, mai una parola cordiale, mai qualcosa di amichevole, quando t’incontro la mia giornata inizia a girar male”.
Continuai a tenergli la mano: “Ma guarda che tu sei coglione più di quelli che strizzi con la sinistra, ammesso che ce ne siano. Non è quello che ti dico a far scassare le tue giornate; prova ad indagare sulla tua testa di cazzo, probabilmente è lì che troverai il responsabile della tua sciagura, te l’assicuro. E non dire ancora che regalo e vomito cattiverie e anatemi, brutto cazzone antropomorfo…”.
Gli lasciai la mano e ce ne andammo.
Ricordo di non
aver mai abbracciato desideri che accarezzassero il bisogno di scrutare, fissare, subire il fascino dalla genuina ingenuità che talvolta per strada, sulla tua strada, s’insinua ed invade le narici, come un meraviglioso odore che non vuoi nemmeno apprezzare per paura che sia troppo buono.
Deciditi, coglione, di respirare a pieni polmoni.
Sono sorpreso
per quanto, oggi, mi sia mancata. In un frammento improvviso dei raggi dell’ultimo pomeriggio, mentre legavi i capelli. Mi sei mancata. Dopo anni, per la prima volta. Quel gesto ed uno sguardo. Mi sei mancata. Un tempo, forse, ci saremmo salutati, oggi no. T’avrei detto qualcosa o una nuova fesseria, almeno.
Non ho mai immaginato che i sentimenti fossero liquidi, che si potessero inscatolare, barattare, scambiare, tappare, incanalare, versare e travasare tanto facilmente, ma che ne so. Non lo credevi nemmeno tu, eppure, nello stesso istante, hai saputo, in un istante!, sorprendere il passante indifferente che ormai sono. Stammi più distante, sempre di più, e non legare i capelli quando qualcuno ti passa accanto.
Pink Floyd – The Great Gig In The Sky
“And I am not frightened of dying, any time will do, I
don’t mind. Why should I be frightened of dying?
There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime.
If you can hear this whispering you are dying.
I never said I was frightened of dying.”
Meglio di una passante, o no?
Trafitti
dalla vita, scaracchiati
in un odio che dirompe e deprime,
reclusi in un carcere angusto, murati
vivi. Niente ti scarcera e nessuno.
(E. Cioran)
Aveva voglia
di raccontare qualcosa, una storia del tipo non era lì lei, lui neppure, non oggi e ieri nemmeno. Una storia d’impatto era sempre pronta, ma era assonnato, stanco, deluso e svogliato, tanto da non voler raccontare nulla, era già pronta!, e così dispose. Sapeva di perdere un buona scrittura, ma ignorando, forse dimenticando tutto decise di andarsi a coricare. Buonanotte.
Da un muro
bianco, insomma, non ti aspetti niente, non racconta nulla un muro, cazzo, eppure lo fissava come se fosse qualcuno. Voglio dire, non c’era nemmeno uno specchio, eppure. Spendeva sempre un po’, un po’ tanto, del suo tempo con quel muro, tirando fuori dal solito libro delle bugie qualche parola da rigurgitare all’occorrenza: “Si, tutto bene…”, “Non male, grazie”.
A guardarlo bene sembrava ci fosse il suo viso in quel muro, la sua stessa faccia riflessa. Voglio dire, non c’era nemmeno uno specchio, eppure.
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dsbf sdbseth srn rsy ekjbnjkeaghjldshbjl sdgbkjhds sdbo ohg oibodsib oisdbhiso oisdjb oisboidsbl sdgblj sljdfblsdb osdgob osidgb osidgjbisjg isjgbi jpoiaesjth90ug bhsdjbhoieòshtbgorseh lisgnb oijtr hosgdonbsoig hboiestjhsaeij hosijth09 eijg 9d0gubdj blskgjbsr rslj sjgb s.kj psj psgjnsj spgj sirjh risjthpidsjghi sjdisdfjb sipdjghb psjbnpsdjg sgj sgj hpsgjpsd ujhpdsjgest0ige thusreus9r.
Quattro lettere a cazzo hanno più senso delle tue parole. Quattro lettere del cazzo sono più affidabili delle tue fottute ragioni. Addio.
Mi son beccato,
voglio dire oggi mi hanno dato un paio di volte del rincoglionito, pienodisonno.
Tra le righe ho incassato qualche “svegliati coglione” , e qualcos’altro di affine. Non c’è male, ottimo risultato per una giornata che poteva, per me, rimanere silenziosamente riposta negli anfratti gorgoglianti del tempo.
L’atto della comunicazione – Grammatica contestuale
Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l’emittente, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina.
Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il messaggio o discorso.
La persona a cui il messaggio è destinato sarà il destinatario, o ricevente.
Perché vi sia “comprensione”, bisogna che la lingua usata di chi parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge.
Si deve perciò usare un codice (il complesso di “segnali”, le “parole” di un linguaggio o d’una lingua) comune.
La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissione di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del destinatario o ricevente; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).
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Schema proposto da R. Jakobson:
Egli propone la suddivisione delle funzioni della lingua in sei parti:
La funzione emotiva è incentrata sull’emittente. Viene posta in essere quando l’emittente dell’atto linguistico ha come fine l’espressione dei suoi stati d’animo. La funzione fatica è incentrata sul canale di comunicazione. Essa si realizza quando un partecipante dell’atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo “Mi segui?,mi ascolti?”). La funzione conativa è focalizzata sul ricevente. Essa avviene quando tramite un atto di comunicazione l’emittente cerca di influenzare il ricevente (esempio: “Vai da lei!”). La funzione poetica è incentrata sul messaggio. Avviene quando il messaggio che l’emittente invia all’ascoltatore ha una complessità tale da obbligare il ricevente a ridecodificare il messaggio stesso (ne sono un esempio molte frasi pubblicitarie (o frasi di poesia) del tipo “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura”). La funzione metalinguista è quella riferita al codice stesso. Ossia quando il codice “parla” del codice (un lampante esempio sono le grammatiche). La funzione referenziale infine è incentrata sul contesto. Essa è posta in essere quando viene data un’informazione sul contesto (esempio: “L’aereo parte alle cinque e mezza”).
Il fiato
si toglie, il cuore si spezza. Non si spezza il fiato, non si toglie nulla. Non esistono licenze poetiche, non è tempo di poeti.
“Riesci
a buttar giù una bicchierata di sangue prima di vomitare”… Cazzo, hai mai tracannato il tuo sangue? L’hai mai usato per dissetarti? Cazzo, sai che ne hai un bel po’? Ne hai, non credere sia finto, c’è, non è mica acqua.
Ne bevi parecchio, ma poi lo ributti; ed intanto ne scopri il sapore.
Dovrai
avvertire d’un colpo quello che un tempo ti è mancato. E non saprai mai cosa sarebbe stato ora; ma guarda, ti fai bastare l’aver negato qualche intimo principio per sentirti vigorosamente ribelle, per accettarti.
Usi un rimorso per giustificare un ripiego?
Maledizione, hai deciso di non meritare pace.
Ancora ed ancora
ripenso a te, ora, mentre sorrido, ora, mentre cammino affannato, ora, mentre mi addormento lieve.
Placavi me e continui a farlo. Come potrei privarmene?
Capita poi che rivolga lo sguardo in alto, verso di te perché spero di rivederti, ma ai miei occhi non concedo fiducia.
Il tempo non si posa sul dolce senso del tuo ricordo.
Un plaisir
délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause. Il m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs, sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi…
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(Du côté de chez Swann, M. Proust)
Nel tempo
dei sentimenti aridi e brulli, non posso restare indifferente davanti ad una notizia come questa (qui in ita la pagina è stata rimossa).
Meravigliosamente semplice, incredibilmente autentica. Poca luce, purtroppo, per uno dei pochi miracoli dei giorni nostri.
Ah, la vita.
La vita
è uno schifo -sbottò- è uno schifo e basta, non c’è cristochetenga, è uno schifo e non ho nulla che mi possa far cambiare idea -aggiunse- l’uomo è la fogna dell’universo ed è l’unica cosa in cui credo.
- Non dire queste boiate, cazzone, alzati e crepa allora.
- No, non ho di meglio. Amo i giorni che sembrano uguali e senza senso, ma aspetto l’evento, da me indipendente, che faccia cadere il muro. Ora è guerra. Spero nell’invasione e nella conquista. Arriveranno oppure questo è il deserto dei tartari?
Va bene, si, bravo. Adesso vai a dormire, coglione.
Va bene,
ho poco da dire, non è stata una buona giornata. L’importante è che sia finita.
Mi consola pensare che domani andrà peggio… Ah, qualcuno protegga me.
Auguri…
“Quindi giunsero, in un momento predeterminato,
un momento nel tempo e del tempo,
Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo,
in ciò che noi chiamiamo storia; sezionando, bisecando
il mondo del tempo, un momento nel tempo
ma non come un momento di tempo,
Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel
momento: poiché senza significato non c’è tempo,
e quel momento di tempo diede il significato.”
[T.S.Eliot Cori da "La Rocca"]
Auguri, Dave…
Affranto
come una nuvola dispersa, vagabonda nella nebbia. Atomi sprecati e coperti, toccheranno ancora il cielo in una prossima vita, prima però diverranno fango.
